L’ostaggio. (stanza 205)


Nella stanza 205 la ragazza siede contro la porta, tenendo ben stretto per il collo il suo ostaggio. Non ha intenzione di liberarlo facilmente, almeno non sino a quando Delian non le rivelerà la sua voce. Queste le condizioni del riscatto. Le ha scritte in una lettera, l’ultima che ha indirizzato alla stanza del piano di sopra, la stanza 305.

OstaggioAlis è la mia porta di legno, chiusa a chiave.

Questo non è il mio nome ovviamente: me lo sono inventata quando mia madre ha fatto entrare quell’uomo nella nostra casa. Credo che Alis mi abbia raggiunta da una canzone, mentre lui picchiava contro la mia porta. Non volevo che quell’uomo sporcasse il nome che mi aveva dato mio padre in quella sua bocca maleodorante di sputi e imprecazioni. Per questo con Alis ho chiuso a chiave il mio vero nome, e non solo.

Una volta uno dei biglietti che hai lasciato nel mio piatto diceva: Delian, il mio nome, un’invenzione.

Delian e Alis sono due porte di legno chiuse a chiave. Capisci ora?

Forse ti ho già scritto queste cose, o forse ho solo pensato che le avessi intuite, poco per volta.

Restavo chiusa nella mia stanza, sempre. Origliavo i suoi spostamenti per andare in cucina, la notte, a rubare qualcosa. All’inizio funzionava. Portavo via quanto mi serviva per tutto il giorno. Poi ha capito, e ha iniziato a lasciare il cibo in giro per casa; trappole per Alis. Si nascondeva nella dispensa e aspettava che mi facessi avanti, a ritirare la pizza nel cartone. È stato così che ho smesso di mangiare.

– Alis, esci di lì.- Gridava il porco. – Non vorrai mica morire di fame.-

Avevo solo un letto, una scrivania, un bagno e una finestra. È per quell’unica apertura sul mondo che sei entrato nella mia stanza, quando mi spiavi dal palazzo dirimpetto. Ho sempre saputo che non mi guardavi con qualche interesse maschile, ma andava che per qualche motivo eri lì pure tu, a godere del tuo piccolo frammento di mondo da una stanza. E hai iniziato persino a procurarmi quanto con cui restare in vita.

Tu sei stato il mio nutrimento, il tuo ombrello nero il mio esorcismo. L’ho capito il giorno in cui hai iniziato a sbandierarlo dalla finestra in una giornata di sole. I passanti hanno levato la testa nella tua direzione e hanno iniziato a ridere di quella stranezza. Volevi solo darmi il via libera, dirmi che potevo correre nel ballatoio a prendere il mio piatto; e invece, io, ho scambiato quel segnale per un via libera dal dolore. Il tuo richiamo ha scacciato il demone dal mio corpo e vi ha lasciato qualcosa di tiepido: risa e conforto.

Tutto questo è stato molto prima che arrivassimo qui, quando la nostra meraviglia era codificata da dei gesti perché si era troppo lontani per udirsi. Prima che trovassi quel lurido strisciare di ciabatte ad attendermi alla porta… Non ho potuto portare via niente dalla mia stanza quel giorno. Ho iniziato a correre con quanto avevo addosso, senza mai voltarmi. Non avevo bisogno di guardare per sapere che eri dietro, io ti sentivo.

Forse può sembrarti comodo e sicuro e persino confortante, ma non si può vivere tutta la vita allo stesso modo. Continui a lasciarmi un piatto caldo dalla porta ogni sera, ma io qui ho ripreso a mangiare in cucina insieme alle persone. E continui a sbandierare il tuo ombrello dalla finestra nelle giornate di sole, ma non abbiamo distanze da colmare qui.

Io posso parlarti ora, io posso udirti. Io posso udire la tua voce, Delian.

Ho dovuto interrompere quel sonno. Lo capisci?

Il tuo ombrello è tra le mie mani. Se non serve a me, non serve nemmeno a te starai pensando. D’accordo, ma non leggerò più tuoi messaggi. Ci rimane solo l’unico codice che mai abbiamo usato: parlare.

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