Coma. Geronimo. (stanza 405)


Sul pavimento della stanza 405 ci sono solo bottiglie vuote; e speranze aperte, un po’ sgasate. Il Guardiano ha fatto appendere degli specchi su ogni parete della stanza da quando è arrivato Geronimo. Ha fatto anche togliere lenzuola, coperte, sedie e qualsiasi altra cosa si potesse usare per occultarli: gli ha reso impossibile non guardarsi in faccia. Questa pare essere l’unica terapia per il momento.

GeronimoSono sobrio da qualche mese. È accaduto. Un giorno sono entrato in casa, e mi sono pisciato addosso, davanti a mia moglie. Ho riaperto gli occhi ed ero in ospedale. Coma etilico.

Sapete cosa vuol dire pisciarsi addosso davanti alla propria moglie?

Per me non è stato solo perdere lei , è stato perdere me stesso più che altro. Capire quanto mi facevo schifo e pena. Ha avuto compassione di me e di se stessa: se n’è andata dopo aver chiamato l‘ambulanza. Mi sono svegliato da solo in quel posto. Ero in mezzo a tanta gente, sembrava un ospedale militare sul precipizio d’una guerra, ma c‘era qualcosa che in una guerra non si sarebbe mai visto: i familiari, gli amici. Nessuno era solo, tranne me. C’era il ragazzo che aveva avuto l’incidente in motorino assistito dalla madre, la nonna con la pressione alta e due generazioni al capezzale, la moglie incinta accudita dal marito, il cuoco cinese con un mano insanguinata che due amici tenevano stretta nella fasciatura; insomma io ero da solo. Un braccialetto bianco con il mio nome al polso destro, una flebo nella vena del braccio sinistro: questi i miei compagni.

A dirla tutta, ha fatto bene. Anche io mi sarei lasciato e me ne sarei andato. Ci ho persino provato una volta. Un amico cartomante mi parlava dei viaggi astrali, una strana condizione in cui la mente si svincolerebbe dal corpo per andarsene in giro. Ecco – ho pensato – vuoi vedere che riesco a liberarmi di me stesso?! E invece no. Perché questa storia dei viaggi astrali era una balla e, dopo quella seduta che mi è costata una giornata di lavoro, la mia mente mi ha portato in giro a bere, di nuovo. Forse persino di più, che tanto ero incazzato con quella medium, amica del mio amico, che dovevo soffocare quest’eccesso d’emozioni.

Volevo il mal di mare, quell’annebbiamento che si porta via quel parassita, che se ne sta sempre lì, a dirmi Sei una merda, Geronimo! Sei un fallito. Pure da una medium ti fai fregare.

Fatto sta che sono uscito dall’ospedale e ho iniziato ad abitare per strada. Non è che ho detto Beh, ora vado ad abitare per strada. È andata che mia moglie ha cambiato serratura e non mi ha più fatto entrare. Così mi son detto che forse un amico poteva ospitarmi, ma quel giorno nessuno poteva – Mario aveva la comunione della figlia e una casa traboccante di parenti, Luciano si vedeva da poco con una che dormiva da lui, Silvio la madre malata – così mi son detto Eh va bene, dai! Dormi una notte fuori. È estate. Che sarà mai! Ma poi ho scoperto che quella che credevo essere un’unica lunghissima notte erano tante notti di cui non distinguevo più confini, alterato com’ero in quello stato alcolico perenne. Ho capito di vivere davvero per strada il giorno in cui mi si è avvicinato quel prete senza il collare e mi ha detto che forse poteva fare qualcosa per me.

No, io non bevo più. Ci ho provato appena arrivato qui, ma mi hanno cacciato fuori. Mi hanno detto “Torna quando avrai smesso di bere perché questo non è un centro di recupero per alcolizzati.” Così sono tornato e ho smesso di bere. Mi sono fatto legare al letto e ho succhiato acqua da una cannuccia per tre giorni. Si, mi ci sono voluti tre giorni per tornare sobrio e capire che il prete che vegliava nella mia stanza non era lì per l’estrema unzione.

Comunque, ora che sono sobrio me ne resto qui per un po’ e poi si vedrà…

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