Anestesia cosciente. (Il sonno del corpo)

Tutto inizia da una domanda dalla quale Michelle si fa condurre. “Com’è che è iniziato tutto?” Parla rivolta al businessman, come se lui solo potesse sentirla, ma in realtà sta parlando a tutti, oltre che a se stessa.

Anestesia– Com’è che è iniziato tutto?
– In un’agenzia per il lavoro, una delle tante. Il proprietario disse che non aveva lavori: non aveva lavori per me, specificò. Lo implorai, gli dissi che continuare a pagare l’affitto d’una stanza da cui stavano per cacciarmi dipendeva da lui. Anche i pasti delle settimane a venire dipendevano da lui.

(Sei sicura che dipendesse da lui?)

– Fu allora che iniziò?
– Me ne stavo andando dalla sua bottega, una porta d’alluminio su una vetrina sgangherata che scrollava ad ogni passaggio del tram. Avrebbe potuto lasciarmi andare, e invece mi incastrò con una domanda “Ti piace fare l’amore?”

– Fu così che iniziò?
– Si, ma non è facile accorgersi che stai iniziando. Non risposi, restai lì in sospeso, incerta. Con un po’ di rabbia, e forse anche un po’ di speranza. Lui che mi diceva “Non arrabbiarti, bellezza, ma tu cosa vorresti fare? Trovare un lavoro nelle mense o nelle imprese di pulizia è più difficile che intraprendere una carriera da avvocato ormai. Siete tante e quelli sono i primi lavori che vanno. Poi una bellezza come la tua non si può mica sprecare.” E io che gli dicevo “Non posso fare la segretaria? Da un avvocato magari?” E lui che diceva “Ma vedi. In quei posti cercano sempre le biondine. Vai a sapere perché, ma le vogliono sempre bionde.”

– E tu ci hai creduto?
– Ovviamente diceva “bionde” per dire “bianche” e io glielo dissi, ma si arrabbiò. Iniziò a difendersi. Diceva “Cosa credi, che qui siamo razzisti? Son passati i tempi in cui avevate bisogno di Rosa Parks, ma sai chérie, il fatto è che sanno che di voi possono approfittarne. Per la posizione, non per la pelle, ci mancherebbe. Sanno che avete bisogno. Dopo due giorni che siete lì, iniziano a dirvi che dovete pagare il pizzo per continuare a lavorare da loro. Sai di cosa parlo, vero? Il dazio che c’è da pagare per avere certe cose, e non si tratta sempre di soldi. Quella gente ne ha tanti, con gli spiccioli del vostro ridicolo stipendio ci pagherebbero le noccioline dell’aperitivo in certi locali, mi capisci? Allora, io dico, perché non fate la stessa cosa guadagnando bene?”
– In pratica ti stava dicendo che per una come te non c’erano alternative… e tu ci hai creduto?
– Io non credevo a niente e credevo a tutto. Credevo nei soldi che mi servivano per non finire a dormire in stazione. Ho detto “Avanti, Michelle! Che sarà mai? Cosa credevi di trovare qui? Lo fai un paio di settimane, il tempo di metterti in riga con l’affitto e intanto continui a cercare lavoro in un’impresa di pulizie, un bar, un ristorante.”

– Fu quello l’inizio?
– Mi diede il nome di una donna che gestiva un piccolo hotel di periferia. Gli uomini pagavano per una stanza, per dormire lì una notte. Venni assunta come cameriera. La differenza tra la tariffa della camera e quella del mio lavoro veniva data in nero. Capisci? All’apparenza tutto perfetto. Pure il mio stipendio da cameriera quadrava. Le mance erano in contanti, in una busta. “Vai a rifare la stanza 203, Michelle” diceva la Signora Celestina. Provai persino gratitudine per quel tizio dell’agenzia del lavoro. Mi aveva fatto avere quello che sembrava un impiego dignitoso… rispetto a quelle che stavano in strada io ero davvero fortunata.
– E poi?
– È andata che le voci corrono, ma soprattutto che Celestina perse un po’ di amici che contavano in quel periodo. Trasferiti. E così un giorno arrivarono finanza e polizia insieme e via tutto. Niente più hotel, niente stanze da rifare.

– Ma tu hai continuato?
– Mi ero fatta un certo giro di clienti, li ricevevo nella mia stanzetta schifosa all’inizio. Poi iniziarono a portarmi nei motel segreti perché provavano un certo fastidio per le mie coperte di lana infeltrite e gli sguardi di certi inquilini.

– Dunque, il tizio dell’agenzia aveva ragione alla fine? Tu potevi fare solo quello?
– Non è così. È che ormai avevo perso ogni contatto con il mio corpo. Quando mi spogliavano, quando mi toccavano, quando mi varcavano: io non sentivo niente. Hai presente quando ti si addormenta un braccio perché te lo sei scordato sotto il cuscino mentre dormivi? O quando stai seduto a lungo con una gamba sotto il culo, senza accorgertene, e all’improvviso ti alzi con una gamba di legno?
–Si, certo. È una brutta sensazione. Finché la circolazione non si riattiva, hai come l’impressione che ti manchi una parte del corpo.
– Bravo! Immagina che ti manchi tutto il corpo. Tu ci sei, ma il tuo corpo viene a mancare. È qualcosa che hai dovuto imparare a fare, per difenderti. Non fa più male, ma chi vorrebbe vivere con il corpo addormentato, senza sentire niente?
– Se sei qui e non vai più agli appuntamenti significa che un giorno devi esserti risvegliata. L’anestesista deve aver sbagliato qualcosa in quella sedazione cosciente.

(Oppure il corpo si è ribellato, un cortocircuito).

– Com’è che poi è finito tutto?

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