Allo specchio. (gemelli)


Davanti al bagliore delle braci che emanano l’ultimo respiro, il nano e il sedicente guardiano sorseggiano Whiskey a cavallo di due poltrone. Pare che nessuno dei due voglia parlare per primo, e intanto, Oscar, il sedicente guardiano, recita la storia di quel fratello nella sua mente, come se lui potesse ascoltarlo ed approvare la sua versione dei fatti.

GemelliNostro padre si è accorto molto tardi che Orlando e io non eravamo uguali. D’altronde era sempre impegnato in viaggi d’affari, in giro per il globo a costruire il suo impero, il suo sacrario. Nostra madre aveva provato a dirglielo, gemelli dizigoti aveva detto un giorno, e gli aveva anche spiegato cosa volesse dire. Due cellule-uovo diverse fecondate da due spermatozoi diversi: niente di più in comune oltre la condivisione di un utero per quaranta settimane rispetto a due fratelli; ma quel giorno nostro padre era dietro ad un grosso investimento.

A nostro padre in fondo non importò un granché che la genetica ci unisse o dividesse fino al giorno in cui si accorse che io crescevo, mentre Orlando restava indietro. Irrimediabilmente indietro.

Presto diventammo il fratello basso e il fratello alto. – Dov’è tuo fratello basso?– mi chiedevano a scuola i giorni in cui era malato e non veniva. Orlando s’ammalava spesso, ma non era la sua salute il suo problema. Stava male tra la gente e non lo si poteva biasimare.

Nostro padre lo portò dappertutto, persino in America dai più grandi luminari, quelli che con la loro somma conoscenza avrebbero illuminato tutto in virtù del suo denaro, ma non v’erano cure per cambiare il suo DNA. A dire il vero – Orlando se ne accorse prima di me – nostro padre non fece tutto questo per l’amore di suo figlio. Lo fece perché non sopportava d’avere un figlio nano, proprio lui, e per tentare di tacere nostra madre. Non ci riuscì.

–A cosa ci servono tutti questi soldi se non possiamo fare niente per nostro figlio?– gli aveva urlato nostra madre un giorno –Me ne frego dei diamanti con cui hai lastricato le nostre vite. A cosa servono i piedi di chi percorre questo cammino sono sempre quelli d’un figlio nano?–

Nonostante venisse poco a scuola, mio fratello collezionava voti ben più alti dei miei. La diversità del nostro patrimonio genetico si manifestò anche lì: questo sembrava innervosire ancora di più nostro padre. Cosa me facevo io del mio corpo potente e vigoroso, se non avevo la sua intelligenza? E cosa se ne faceva lui della sua intelligenza, se non poteva nemmeno farsi vedere in giro? Un curioso scherzo del destino, eh già!

Orlando si laureò prima di me, conseguendo onori e glorie accademiche, ma questo non ci fece meraviglia. Ciò che nessuno si aspettava invece fu il fatto che non ne volesse sapere di usare la sua intelligenza per magnificare l’impero di nostro padre. Fece un discorso strano, che ogni denaro non realmente necessario per vivere era uno spreco nelle mani di pochi. Nostro padre diede colpa a certe ideologie politiche, poi ai discorsi di nostra madre perché non aveva mai fatto che dire che non sapeva che farsene di tutti quei soldi ma guai se le si toglievano i suoi chirurghi, le sue sedute dai guru-dello-spirito e tutte quelle altre puttanate dei club privati ed esclusivi. Ma mio fratello era diverso, non era una questione di ideali o di rifiuto delle origini. Mio fratello vedeva il mondo da una prospettiva davvero diversa, diciamo dal basso. In ogni senso.

Quando se ne andò con quest’idea folle dell’ostello che avrebbe rifugiato gente come lui, a cui il mondo – come amava affermare – faticava ad adattarsi, i miei smisero di parlargli. Venne gestito tutto dagli avvocati.
–Quel deficiente avrebbe potuto avere molto di più. Neanche in grado di negoziare. Guardalo lì il martire, com’è fesso!–

In quel periodo iniziai a lavorare nell’alta finanza, con nostro padre, con risultati penosi. Tanto che sono sempre rimasto poco più che il suo segretario personale. Ho smesso di parlare con Orlando da anni, non so nemmeno io perché. Fatta eccezione per la cartolina di auguri a Natale e il biglietto del compleanno, non l’ho mai cercato. Forse perché qui al telefono non risponde mai nessuno, forse perché dover venire di persona per parlargli mi costava troppa fatica, troppa vergogna. Poi ho conosciuto Sibilla, che dev’essere capitata nella mia vita per caso, come piace dire a noi umani quando non vogliamo trovare quel senso sotteso ad ogni singolo istante di vita. Sibilla se n’era appena andata da un ostello, dal suo ostello. Ma è stato un caso conoscerla. È stata lei a parlarmi di questa storia del Guardiano.

Dunque eccomi qui, fratello! Dillo ancora che sei tu il Guardiano qui dentro, dillo ancora.

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